Nota dell'Autore

Considerando che le copie di questa silloge poetica dialettale prevalentemente “cadranno” nelle mani di amici, parenti e conoscenti, e dando per scontato quindi che la maggior parte di loro già mi conosce, più o meno bene, anziché scomodare critici letterari, ho preferito fare personalmente un piccola presentazione a questa raccolta di poesie, più che altro per spiegare com’è nata improvvisamente questa voglia di scrivere e come si è trasformata in passione.
In sostanza le cose sono andate così: l’interesse per la musica mi spingeva a fare ricerche approfondite sugli artisti e band degli anni ’60 e ’70 e avrei dovuto/voluto iniziare a scrivere un racconto intitolato Viaggio nella musica con gli artisti degli anni ’60 e ’70, partendo da Lucio Battisti.
Mentre mi domandavo se avesse potuto darmi una mano un amico d’infanzia, Rino, con il quale suonavo in una band da adolescente e con cui di tanto in tanto mi incontravo per suonare insieme e ricreare quei tempi andati, senza che ne sapessi niente lui stava lottando tra la vita e la morte e poi è scomparso prematuramente.
Praticamente è come se si fosse collegato con me per un ultimo saluto.

Coincidenza? Non lo so, ma questo mi ha spinto a prendere sul serio l’idea di scrivere il racconto – che ho dedicato alla sua memoria – e a completarne una prima parte. Terminata la prima tappa del racconto, io che non ho spiccicato una parola in dialetto nella mia vita, mi sono accorto di riuscire con naturalezza a tradurre in dialetto crotonese i ricordi d’infanzia, i cosiddetti fattarèddr’i famìgghja, la sfera affettiva e dei sentimenti.
Piano piano questa predisposizione verso la poesia in dialetto ha preso ad affascinarmi e appassionarmi e mi ha portato ad approfondire la grammatica crotonese da autodidatta. Conseguentemente è nata questa silloge che ho battezzato ‘Na vùcia dinta, titolo di una poesia della raccolta. In questa poesia, a cui sono legato particolarmente, è palese che la forte emozione per la scomparsa del mio amico è stata scatenante per iniziare a scrivere. Sinceramente ne avrei fatto volentieri a meno e avrei preferito che questa passione rimanesse sepolta dentro di me.
La maggior parte di voi dovrebbe essere a conoscenza che non ho una grande cultura letteraria e che al contrario la mia formazione scolastica ha radici tecniche. Sono convinto, però, che le poesie dialettali esprimano altre particolarità: la capacità evocativa e di suggestione e la ritmica, nonché gli altri aspetti costitutivi della poesia, assumono valori diversi in quanto legati alla nostra terra, al folklore, al nostro modo di fare satira, d’interpretare i sentimenti e quindi a tutte le nostre tradizioni popolari. Se è vero che la poesia non può prescindere dalla cultura e dalla tradizione letteraria, a giustificare la mia ignoranza (meno male!) ci ha pensato Giacomo Leopardi con l’affermazione: “La poesia è l’espressione libera e schietta di qualunque affetto vivo e ben sentito nell’uomo”.

Essendo il dialetto crotonese molto ostico da scrivere ma soprattutto da leggere e capire, anche per un crotonese verace, ho pensato di inserire, dopo le poesie dialettali, la loro traduzione italiana mantenendo lo stesso ordine. Suggerisco comunque di sforzarvi a leggerle in dialetto in quanto tradotte perdono in rima, ritmica, satira e particolarmente in suggestione.

Dicono

Il dolore può essere un modo attraverso cui l’uomo scopre risorse che altrimenti non avrebbe scoperte. E quindi può ricostruire una dimensione di sé, un’altra immagine di sé, nuova, per molti versi, appunto, se non è sconfitto, vittoriosa. Quindi il dolore non è mai in assoluto un qualcosa di negativo ma può diventare un passaggio di crescita, senza dimenticare però che può essere anche una ragione profonda di sconfitta.

Salvatore Natoli